Giù le mani da Mameli, ovvero: vi prego, non taroccate gli inni per l’Expo

Il nuovo mondo di Galatea

Ora, diciamocelo in tutta sincerità: lo sappiamo tutti che il testo di Fratelli d’Italia è bruttino, bruttino forte. È retorico, astruso, sta a metà fra il generoso slancio del cuore e la pattaccata da sagra di paese. Forse per questo è meravigliosamente italiano. Se lo teniamo così com’è e lo canticchiamo, non è perché ci piace, ma perché ci siamo affezionati. È come la coppa del Nonno o il Cornetto Algida, che mica li mangi perché sono buoni, ma perché ti ricordano quando eri piccolo o adolescente e mangiavi quei gelati.

Ha dei termini dentro, l’inno di Mameli, e delle frasi che sono ottocentesche e come tali vanno cantate. Solo l’Ottocento romantico e strapaesano d’Italia poteva partorire certi vertici di ridicolo senza venirne sepolto: i protagonisti delle opere di Verdi, tipo quel pasticcione intronato di Manrico nel Trovatore, o quel cretino col botto di Alfredo. E solo l’Ottocento romantico poteva…

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